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La comunione è dono di Dio. Non è il frutto di un accordo tra persone che si riconoscono in un gruppo, non è una mediazione umana ma giunge nel mezzo del percorso del cammino apostolico (incontro con Cristo, sequela e creazione della comunità).
Con queste parole Mons. Domenico Sigalini, assistente generale nazionale inizia il suo incontro con i consiglieri diocesani e parrocchiali della diocesi di Teramo-Atri e ci spinge con forza verso una consapevolezza : “chi rifiuta o danneggia la comunione rifiuta il dono dello Spirito che è fondamento della vita cristiana, allontanandosi da Dio, dal Cristo che ci forma, dalla Verità”.
La comunione forma e trova la concretezza nella <<comunità cristiana che è un luogo educativo proprio perché è luogo di comunicazione e testimonianza del Vangelo, non da sola, non isolata, non autosufficiente, ma aperta e capace di mettersi in gioco, con un'esplicita intenzionalità.>>
Prima tra tutte le comunità vi è la Diocesi ove si trova il senso della vita e la concretezza e in questa, evidenzia il nostro Vescovo Mons. Michele Seccia, il compito principe delle associazioni, dei gruppi e dei movimenti è quello di vivere saldi nella fede e combattere per una comunione concreta per rendere testimonianza al mondo che ci circonda.
La sequela del Cristo ci conduce verso due concetti a noi non estranei ma sempre fugaci e “personalizzati”: la formazione e la corresponsabilità.
La prima trova il suo fondamento, prima che nella natura umana, per meglio dire nella conoscenza delle cose e nel conseguente processo di internalizzazione, nella preghiera che oggi sembra essere fardello insostenibile: il contesto della vita moderna spesso ci spinge ad allontanarci dalla oratio perdendo quel processo che abbiamo imparato e certe volte sostenuto nel settore giovani : letcio, meditatio e actio.
La scelta sempre più evidente è quella dell'azione senza particolari riflessioni, senza meditazione, perché si ha tempo e si è disposti a tutto per tutto tranne che per la preghiera.
Ma in una preghiera degna di essere tale non può esimersi la contemplazione, l'accostarsi al Signore e ammirare, farsi abbagliare dalla luce del Suo Volto, del Suo Corpo. In questo forse dobbiamo porre ancor più attenzione, perché il nostro obiettivo è quello della trasmissione della gioia e della felicità nella preghiera.
Nel nostro percorso di formazione e, soprattutto, nei percorsi di formazione a cui siamo chiamati nei gruppi di Azione Cattolica dobbiamo ritrovare le ragioni della felicità di essere credenti.
La seconda, la corresponsabilità, prosegue il nostro assistente, necessita una particolare attenzione al rapporto tra il laico e il parroco,
Il laico non è qualcuno da incaricare all'interno della parrocchia ma è quella persona che, formata quotidianamente, deve essere pronta e disposta a vivere gli ambienti del quotidiano e testimoniare il Cristo, probabilmente anche senza parlare necessariamente di Lui.
Il parroco altre sì non è quella persona che vive nella parrocchia e si alimenta da sola, ma deve essere affiancato dal laico per ritrovare l'amore del Cristo. Un parroco che non gioisce o non propone, deve essere ispirato dal fedele, deve ritrovare le forze tramite di esso per accrescere e far crescere la comunità.
L'incontro con l'adorabile assistente termina con una ulteriore riflessione :Gesù Cristo è morto sulla croce per renderci tutti sacerdoti. Cioè capaci di pregare, adorare il suo nome, essere portatori del mondo verso il mondo di Dio. Ci ha dato la possibilità di fare un'offerta per la luce di Dio, di essere strumenti plasmabili nelle sue mani, di creare gruppi di Azione Cattolica che sappiano dare uno slancio al mondo. |